C’è un fantasma che si aggira nei corridoi di San José, si chiama intelligenza artificiale e sta lentamente calpestando il terreno su cui Adobe ha costruito il suo impero. Non si tratta solo di un problema di modelli generativi o di concorrenza: è una questione di visione. Perché mentre l’IA cambia le regole della creatività digitale, Adobe paga il prezzo di scelte strategiche miopi, fatte negli anni in cui avrebbe potuto diventare qualcosa di molto più grande e resiliente.
Negli ultimi mesi la stampa ha raccontato con toni contrastanti la svolta “AI-first” dell’azienda: da un lato Firefly e gli strumenti generativi integrati in Photoshop e Illustrator; dall’altro, l’ondata di critiche da parte di creativi, designer e fotografi che temono l’ennesima appropriazione non autorizzata di opere altrui. Wired e altri osservatori hanno riportato le perplessità di molti artisti, convinti che la promessa “non useremo i vostri lavori per addestrare l’IA” sia più marketing che garanzia. E onestamente, non credo che abbiano torto. Le statistiche indicano che oltre la metà dei creatori digitali guarda con diffidenza alle IA creative: copyright incerto, trasparenza assente, qualità ancora altalenante. A tutto questo si aggiunge il rischio di perdere terreno a causa dei prezzi aggressivi della concorrenza, della crescente pressione degli investitori e dei costi legati all’integrazione di modelli generati. Anche il mercato riflette questa situazione decisamente delicata: nel 2025 le azioni Adobe hanno attraversato un ribasso significativo, passando da un massimo annuale di 454 dollari a un minimo di 270.
Ma tutto questo non nasce oggi. È il sintomo di una deriva iniziata molto prima, quando Adobe decise di abbandonare la diversità dei propri strumenti per puntare quasi tutto su Photoshop e Illustrator. Dopo l’acquisizione di Macromedia nel 2005, si ritrovò in mano una potente cassetta degli attrezzi capace di spaziare dal design alla programmazione, dal web all’interattività. Invece di farne il nucleo di una piattaforma integrata, fece l’opposto. Rottamò Fireworks, straordinario per la progettazione web e UI. Smantellò Flash, che con l’aggiunta del 3D e del supporto nativo ai dispositivi mobili avrebbe potuto diventare un concorrente diretto di Unity. Svendette AIR ad Harman, rinunciando a un ambiente cross-platform che oggi, se evoluto, sarebbe il ponte naturale tra web e mobile. Abbandonò ColdFusion, un linguaggio apprezzato e performante, amato da tanti sviluppatori che avrebbero potuto essere il cuore di una community solida e duratura. E, cosa ancora più incomprensibile, non creò mai un CMS accessibile e integrato con la sua suite, lasciando campo libero a WordPress e agli ecosistemi open source.
Tutte queste scelte avevano un filo comune: la paura di osare fuori dal recinto della grafica. Adobe preferì concentrarsi su Photoshop, Illustrator e, più tardi, sul marketing del Creative Cloud, perdendo progressivamente contatto con le esigenze di chi crea, sperimenta o sviluppa. Oggi i nodi vengono al pettine, perché nel 2025 la grafica non è più un monopolio. Le IA generative hanno reso accessibile a chiunque ciò che un tempo richiedeva anni di esperienza, corsi, licenze e manuali. Non serve più un abbonamento costoso per dare forma all’immaginazione: basta un prompt ben scritto e un po’ di allenamento. E quando la base economica del tuo impero si fonda sulla fatica necessaria per “imparare Photoshop”, una tecnologia in grado di cancellare quella fatica diventa un problema enorme.
Adobe si è trovata a inseguire la rivoluzione che avrebbe potuto guidare. Avrebbe potuto essere il luogo in cui progettazione, animazione e sviluppo si incontrano. Invece ha scelto la strada più sicura: quella del canone mensile e dell’innovazione annunciata a colpi di marketing. Oggi l’IA mette seriamente in discussione la sua supremazia nel mondo grafico. Se non tireranno fuori il proverbiale coniglio dal cilindro, ammesso che sia ancora possibile, rischiano ben più di un semplice ridimensionamento.
Forse più che parlare di intelligenza artificiale dovremmo parlare di miopia aziendale naturale: una patologia che colpisce le grandi aziende quando smettono di ascoltare chi crea e iniziano a guardarsi allo specchio.
Nota: l’immagine in alto non è stata realizzata con Photoshop.





